Bergamo: quando, da piccola, dicevo di venire da lì, le persone azzardavano la regione d’appartenenza. Forse Piemonte? O è in Emilia Romagna? Non prendetemi in giro per le mie conoscenze: la geografia è un’opinione, tra le persone.
Spesso mi sentivo rispondere pota (esclamazione bergamasca dai mille significati)! Oppure chiedere: Berghem de hura o Berghem de hota (Bergamo alta o Bergamo bassa)?
Che il dialetto di Bergamo sia a dir poco singolare, in effetti, è cosa nota. Si capisce, ascoltando i suoni gutturali, che l’influsso longobardo non è leggenda. Nonostante i miei 16 anni di vita nella profonda provincia, non ho mai veramente imparato questo linguaggio.
Se oggi dici Bergamo, invece, dici dolore. Tutti, ormai, conoscono il capoluogo di provincia lombardo, colpito dal Covid-19 più di qualunque altra città in Italia. Abbiamo assistito a scene, attraverso i telegiornali, che rimarranno impresse per sempre nella memoria collettiva.
Bergamo è stata travolta da questo maledetto virus e lo ha combattuto – lo sta combattendo – strenuamente. Non è certo di turismo, quindi, che voglio parlare, anche se mi auguro che si torni a farlo il prima possibile.
Allo stesso tempo, non mi soffermerò sul dolore: ci sono già i notiziari per questo. Vi parlerò della Bergamasca senza alcuna prosopopea, bensì con affetto profondo. Parte della mia personalità, infatti, si è strutturata sulle caratteristiche principali di questa provincia.
A darmi la scintilla è stato “L’albero degli zoccoli”, capolavoro cinematografico di Ermanno Olmi, che mi ha permesso di spolverare emotivamente gli scaffali della memoria. Peraltro, il film ha la mia stessa età.
Bergamo la lavoratrice: “L’albero degli zoccoli”

“L’albero degli zoccoli” non solo ha riportato alla memoria le atmosfere vissute da piccola (nonostante, a fine ‘800, ancora non esistessi), ma mi ha fatto riflettere sui punti di forza di quella che è una provincia profondamente lavoratrice.
Sono cresciuta tra Treviglio e Arcene e tra i miei compagni di scuola c’erano molti figli di contadini e operai.
Dopo le medie, non era scontato iscriversi al liceo. Al contrario, era spesso sconsigliato dagli insegnanti, probabilmente figli di una cultura basata su nette divisioni di classe: quando mi iscrissi al Classico, infatti, i genitori degli altri erano per lo più architetti, ingegneri, medici. Solo qualcuno proveniva da retaggi diversi (e spesso finiva, scolasticamente parlando, male).
Questo era sicuramente uno dei lati negativi della provincia di Bergamo: le pari opportunità apparivano lontane, allora, e i figli proseguivano spesso il mestiere dei padri.

Pane al pane, vino al vino: i bergamaschi della mia infanzia abitavano spesso in cascine circondate da cortili dove veniva ammucchiato il mais (i bambini adoravano saltarci sopra). Non ho certo vissuto le atmosfere di Olmi, ma qualcosa del film è sopravvissuto al tempo, arrivando integro ai primi anni ’80: la nebbia, la scuola vissuta come “lusso”, il senso del dovere e quello della famiglia, gli animali come parte integrante della quotidianità.
Nell’aria umida sentivo spesso gli odori del letame e della Farchemia e le campane, che mi sono sempre sembrate cupe con quei rintocchi funebri.
Ecco perché quando ho rivisto “L’albero degli zoccoli”, ho fatto un salto indietro nel tempo, più o meno ai miei 10 anni. Anni che mi hanno vista inquieta, spesso musona e con la voglia di fuggire da un territorio che consideravo “nemico”. Il fattore scuola, infatti, ha pesato tantissimo.

Con il senno di poi, però, ricordo le belle sensazioni della crescita intrecciarsi con i luoghi, e la provincia di Bergamo – complici le memorie infantili – oggi mi appare magica.
Se avete visto il film, sapete a cosa mi riferisco: la Pianura Padana, mediamente dileggiata dagli italiani, è in realtà affascinante, soprattutto se avvolta dal quel manto bianco che è (era) la nebbia, un fenomeno atmosferico ormai in calo.
Quelle di Ermanno Olmi, più che riprese, appaiono quadri fiamminghi, a rappresentare la purezza di una vita contadina che ormai non esiste quasi più. Nonostante le ingiustizie subite dalle famiglie povere di un tempo, obbligate a servire il padrone, lo spettatore non può non percepire il calore che queste case piene di persone emanavano. Un’unione che non possiamo fare a meno di invidiare, nonostante oggi abitiamo spazi meno angusti e sovraffollati di allora.
Bergamo e provincia: i punti di forza

I punti di forza, dicevamo. Scusate se divago, ma penso che parlare della propria infanzia non possa che essere un flusso di coscienza.
Ricordo Narno, un ragazzo che mi faceva ripetizioni di greco. Figlio di contadini, era potuto andare a scuola grazie ai sacrifici dei genitori semi analfabeti e diventare un insegnante dal tocco geniale. Ricordo quest’omone, grande grosso e barbuto, che maneggiava il greco antico con un’abilità memorabile.
Ecco qual è un punto di forza di Bergamo e dintorni: la dedizione alle cose, che si tratti di terra o di lingue scomparse. Non si oziava dalle mie parti. Del resto, appare evidente anche oggi, guardando le notizie della televisione.
Sia chiaro: non voglio generalizzare. Non si può parlare a nome di un popolo né attribuirgli caratteristiche fisse. Sarebbe uno stigma. Ci sono però delle costanti che vanno riconosciute e il lavoro, manuale e/o intellettuale, fa parte di queste costanti.

Un altro punto di forza – derivante, in parte, dall’iniqua divisione sociale di cui sopra – era il rispetto nei confronti dei genitori. Quando parliamo di valori familiari, di solito ci viene in mente il Sud Italia, a dimostrazione degli stereotipi con cui conviviamo. Eppure vi assicuro che la classica famiglia della provincia di Bergamo (quella della mia infanzia) rispecchia fedelmente quella rappresentata da Olmi.
Nelle famiglie bergamasche c’era una gerarchia chiara. Il rispetto che vi si respirava era quasi religioso e non l’ho trovato ovunque durante le mie “peregrinazioni” sul suolo italico.
La cascina rappresenta perfettamente la struttura di cui vi sto parlando. E pensare che, all’epoca, questi casolari, spesso da ristrutturare, mi apparivano squallidi… Oggi non so cosa darei per poterci vivere con una famiglia allargata. Riesco anche a immaginare perfettamente come arredare uno spazio del genere, trasformando ex stalle in moderni studi.
Ciò che tanti anni fa mi sembrava desolante, oggi mi appare un quadro fiammingo che mi si anima nella memoria, rendendo la provincia di Bergamo un luogo caldo, quasi hygge – per usare un termine nordico che ben gli si attaglia.
Cosa vedere a Bergamo e dintorni quando torneremo a viaggiare
Raccontare i territori, per me, significa anche fare un’azione di recupero, coglierne l’anima piuttosto che indicare le cose da fare e vedere. Inutile dirvi che, a Bergamo e dintorni, ce n’è un’infinità. La mia lista del cuore include:
- Crespi d’Adda (se vi piace l’archeologia industriale);
- Il Lago d’Iseo (specialmente Lovere);
- San Pellegrino (obbligatorio mangiare la polenta taragna in una locanda di montagna!);
- Caravaggio, paese di provenienza del grande pittore;
- Pagazzano, borgo di ascendenza viscontea.
Non so se gli attuali bergamaschi si ritroveranno con quanto ho scritto. Se così non fosse, chiedo venia: del resto, sono pur sempre un’apolide, che guarda ai luoghi da una prospettiva tutta sua.









19 risposte
Ho trovato davvero interessante questo parallelismo tra il territorio bergamasco e la società che emerge da “L’albero degli zoccoli”. Quando ho letto il titolo del tuo articolo mi sono ritrovata a rivedere ad occhi aperti alcune scene del film, le immagini mi scorrevano davanti e io non riuscivo a fermarle in un misto di tristezza e affetto.
Confesso di non avere mai visto il film, ma il tuo parallelismo mi ha incuriosita. Non ho ancora visitato Bergamo, anche se del suo centro storico mi hanno parlato benissimo. Mi sono ripromessa, quando questa emergenza sarà un brutto e lontano incubo, di visitarla.
Ti sei fatta una bella promessa 🙂
Mia nonna era bergamasca, esattamente di San Pellegrino. Aveva una sacco di fratelli e viveva in una di quelle grandi cascine ,che erano dei microcosmi, tipiche della bergamasca. Inutile dirti che ritrovo molte delle tue descrizioni dei bergamaschi in particolare la dedizione spesso confusa con la testardaggine. Questa epidemia ha duramente colpito la zona di Bergamo, speriamo che le persone non perdano il loro coraggio e la loro forza.
Sono sicura che non li perderanno
Bergamo mi piace e mi piace quel film. Ora, lo ammetto, non lo guardo da una vita. Ho in mente di tornare da quelle parti non appena possibile. Mi sa che cerco il film in streaming in questi giorni.
Brava Giovy ^_^
Vivo e scrivo di Bergamo da anni ormai, ma ci sono arrivata che ero già sposata e ho conosciuto una Bergamo fatta di bellezza, di opportunità, di operosità. E me ne sono innamorata. Forse, se fossi vissuta a Bergamo negli anni dell’adolescenza anch’io, avrei voluto scappare e andare in una grande città come Milano o Roma. Il tragitto inverso ti fa apprezzare “la brace sotto la cenere” che contraddistingue il popolo bergamasco.
Credo proprio che sia così. Anche io, oggi, la guarderei con occhi totalmente diversi.
L’albero degli Zoccoli di Olmi è stato un film monumento, visto e rivisto tante volte, ma la prima volta ricordo di averlo visto alle scuole medie. E so bene che è stato girato a Treviglio. Sono cresciuta a pochi km dal tuo paese d’origine!
Ma dai, Moira! Ricordi da condividere…
Non abbiamo mai visto il film ma ciò che ci incuriosisce è proprio la periferia bergamasca, come dici tu ci sono diverse tipologie di attività e luoghi da vedere da Caravaggio al Lago d’Iseo è tutto un piccolo mondo. Speriamo di poter dedicare qualche giornata a queste zone appena possibile.
Lo spero anche io di cuore
Ancor prima del covid19 avevo in testa la visita di Bergamo perché per un motivo o per un altro non ho ancora avuto occasione di visitarla. Ora a maggior ragione, appena si potrà tornare a viaggiare, Bergamo sarà una delle prime mie mete.
Approvo in pieno la tua scelta 🙂
Parlare della mia infanzia a me crea molte difficoltà, per cui capisco il flusso di coscienza. Bergamo mi manca e che dolore vederla soffrire così in questo momento! Sarei dovuta andarci a fine Maggio per un addio al nubilato, ma com potrai immaginare è stato tutto rimandato. Spero di poterla visitare presto, anche per portare un forte abbraccio ai bergamaschi!
Io penso che parlare della propria infanzia (anche per metafore) sia assolutamente salutare. Provaci 😉
Da ormai più di 20 anni i miei genitori hanno una casa in alta Val Brembana e ho passato moltissime estati e vacanze varie in valle. Ho davvero un profondo rispetto per i bergamaschi e le loro montagne!
Lo credo bene 🙂