Mosaico di un satiro a Palazzo Massimo alle Terme
Palazzo Massimo, finalmente.
Hai sempre amato la casa e il calore dei suoi arredi: i divani che accolgono, i camini che scaldano, le cucine che spandono ovunque profumi invitanti. Ed è per scoprire le radici di questo amore tutto italiano per la vita domestica che ti rechi a , un tesoro nascosto nelle pieghe della vita frenetica cittadina. 
Uno spazio che racchiude l’eternità, ben piantato in mezzo ai traffici della capitale e in cui ristorare i sensi. 
Ti fermi per un breve istante nel chiostro interno, prima di andare su e giù per i piani di Palazzo Massimo. Ancora non sai che stai per rimanere di sasso di fronte alla ricostruzione delle stanze di Villa Farnesina, sontuosa dimora di epoca augustea, di cui oggi rimangono testimonianze di suprema eleganza. 

Cosa vedere a Palazzo Massimo

Ebbene, ora sei di fronte ai cubicula (le camere da letto), tinteggiati di rosso e ricchi di scene idillico-sacrali, perfetto connubio tra pittura e architettura. Una cornice adatta a sonni leggiadri.
A pochi metri c’è l’alcova, un termine che hai sempre associato ad atmosfere lussuriose da Mille e una Notte. 
E che dire del triclinio? Le pareti tinte di nero non devono aver certo oppresso i nobili spiriti intenti a pasteggiare.
Distogli l’attenzione dall’estetica del luogo, per ricordare che le donne romane non potevano sedere sui triclini. Epoca che vai, usanze che trovi. 
Del resto, racconta Ovidio, era meglio che le donne non bevessero nemmeno, data la pericolosità dell’incontro tra alcol e animo femminile…
Sali le scale possenti di Palazzo Massimo e incontri corridoi adornati da mosaici di incredibile bellezza, mentre rifletti sugli arredi standardizzati degli appartamenti moderni.
Ironizzi, tra e te, sull’amore per il design diffuso a macchia d’olio tra i nuovi ricchi, mentre figure mitologiche parlano in latino dalle tesserine perfettamente incastrate.
Più in là trovi gli affreschi di antiche sepolture.
Le ceste di frutta rassicurano i parenti dei defunti sulla bellezza della vita nell’aldilà, mentre fenici dipinte dichiarano resurrezioni a venire. A dimostrazione che per i Romani le tombe fungevano anch’esse da casa per chi ospitavano.
Ma una delle emozioni più forti arriva insieme alla scoperta di due opere create con la tecnica dell’opus sectile, basata sull’assemblaggio di marmi policromi, madreperla, foglie d’oro e vetri.

Le opere più belle

Ti soffermi sul Rapimento di Hylas da parte delle ninfe (ah la voracità femminile… sarà per questo che Ovidio sconsigliava alle donne di bere?).
Dopo questa immersione nella Bellezza, ti chiedi se ci possa essere di meglio. Rimani senza risposta non appena entri nel giardino ricostruito della Villa di Livia a Prima Porta, i cui affreschi sono illuminati dalle luci del museo, che emulano quelle del giorno e della notte.
Perché è questa la peculiarità di Palazzo Massimo: l’approccio esperienziale all’arte, la capacità di immergerti nelle atmosfere di un’epoca, senza proporti la staticità tipica dei musei. 
Ti chiedi se l’unico uccellino in gabbia non rappresenti per caso Livia (troppo misteriosa questa presenza solitaria in mezzo a tanti volatili liberi).
Ti pare perfino di sentire rumore di stoviglie e nella tua mente si apre l’immagine di una donna altezzosa, che fa merenda insieme a qualche amica o forse all’ancella.
Camomilla, melograni, mele cotogne e oleandri girano intorno a questo giardino dall’aspetto orientale.
È sera, non soltanto nella villa di Livia. Dedichi gli ultimi minuti della tua visita alle statue di Palazzo Massimo.

Dulcis in fundo

Ti fermi di fronte al Principe Ellenistico e al Pugile a Riposo. È il pugile, in particolare, a colpire la tua immaginazione: il naso schiacciato, le mani fasciate e uno sguardo che pare puntare all’infinito. Questa statua parla ma non sai cosa dica. 
Ti fa un po’ pena quest’uomo muscoloso e ti fanno pena le teste che sfilano nei corridoi. Perché della vita, dopo la sua fine, non rimangono che immagini splendide di cui solo i posteri possono godere.
No, la Mummia di Grottarossa ti contraddice: non tutti hanno la fortuna di lasciare di sé ricordi splendenti.
La bambina mummificata, dietro a una teca di vetro, ti guarda col suo sguardo senza tempo. Tremi per un attimo, non tanto per le spoglie cui ti aggrappi morbosamente, ma per l’oggettistica trovata all’interno della tomba. 

Una bambolina di legno, isolata in mezzo ad altre chincagliere, troneggia su un’infanzia ormai finita.

Roberta Isceri

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