Visitare una città malata. Vi è mai capitato? A me con Taranto, città tristemente famosa, eppure bellissima.
L’Italia mi fa male. Il sud, ancora dolente per una storia che non lo ha risparmiato, ancora di più.
Hai mai sofferto per un luogo non tuo? Io mai come ora. Che poi Taranto non mi è certo estranea: i miei geni sono a metà pugliesi e qui ho vissuto, a tratti, per motivi di “cuore”.
Non voglio solo parlartene ma invitarti in una città definita brutta dai più e ancora famosa solo per l’Ilva. Invito te, viaggiatore e non turista, affinché ti spinga oltre i luoghi comuni, per vedere cosa c’è al di là delle ciminiere e di un’urbanizzazione selvaggia.
È vero: i tumori raggiungeranno il loro apice nel 2020. Tra le vittime non si contano i bambini, tanto che per strada puoi leggere cartelli che cercano di svegliare l’opinione pubblica. Ma Taranto non è solo questo. E chi ci viene o ne parla deve saperlo.
Taranto: visitare una città malata e divisa in due
Camminando sul suo lungomare, puoi notare che il Ponte Girevole la divide in due parti. Una struttura che ricorda un po’ quella di Budapest, con Buda la benestante e Pest la povera.
Anche qui, in parte, è così: c’è la Taranto commerciale, quella di Via D’Aquino. E c’è la Taranto vecchia, quella “oltre le colonne”, nel verso senso dell’espressione.
Due pilastri dorici introducono al cuore autentico della città, che solo da poco i turisti hanno cominciato a visitare.
Difficile non associare questa zona alla delinquenza di qualche anno fa. Come a Bari, era difficile entrare nel centro storico senza la paura di essere derubati o aggrediti. Oggi le cose sono diverse: inoltrarsi nella “vera Taranto” è un’esperienza unica, che tutti coloro che sparano a zero sui luoghi senza pratini all’inglese dovrebbero provare.
Dopo aver oltrepassato (e visto, possibilmente) il Castello Aragonese, puoi camminare in lungo e il largo, sia in superficie che sottoterra: qui si trovano antichissimi ipogei.
A Taranto vecchia ci sono l’università e il conservatorio, la cattedrale e palazzi di inestimabile bellezza, la maggior parte dei quali aspetta solo di essere ristrutturata.
Il Ponte Girevole di TarantoVisitare una città malata o sana? Il MArTA
Taranto e il cancro, Taranto e l’arte. Visitare una città malata significa avere a che fare con grandiosità e decadenza. Qualità di cui, oggi, mi parla una guida del MARTA.
Il meraviglioso museo è dedicato alla storia della città pugliese, che si snocciola davanti ai miei occhi lungo i bianchi e modernissimi corridoi di questo luogo riparato dal sole bollente.
“La diossina gli ha dato ‘ncapo” – mi racconta la guida con gli occhi di fuoco di chi ama il proprio territorio, facendo il massimo per preservalo ma senza l’aiuto dei governi, nazionale e locale.
Perché e a chi avrebbe dato alla testa? Pare che gran parte dei tarantini non si renda conto di vivere nella culla della civiltà, associata da loro stessi più all’industria che alla cultura. Dominata dai Greci e poi dai Romani, “contaminata” dagli arabi e dagli ebrei, Taranto è ancora come una bella donna inesplorata.
Visitare una città “malata” significa addentrarsi nei meandri di questo museo, uno dei più importanti d’Italia, che della storia tarantina (e della nostra) fa un sunto meraviglioso.
I piani sono solo due ma ti occorrono altrettante ore, a meno che tu non abbia un approccio mordi e fuggi di fronte alle opere del passato.
Qui troverai l’Augusto capite velato, “monumento testimone di una cultura di pace”, come dichiarato dall’UNESCO su una targhetta apposta di fronte alla marmorea testa.
L’imperatore veniva considerato dai Romani il fautore di una politica basata proprio sulla tolleranza e sull’integrazione dei popoli. Ti viene in mente qualche nostro politico per caso?
L’ingresso del MArTASi parte dalla “città greca” con i suoi vasi a figure rosse, si passa dal “mondo apulo” e si arriva alla “città romana”, camminando tra stanze puntellate da monitor dove ti è possibile vedere ricostruiti alcuni ambienti.
Non voglio dirti oltre, perché spiegare, in questi casi, è molto più tedioso che vedere con i propri occhi.
Taranto: una Puglia diversa
Ti consiglio di venire in Puglia e di andare al di là dei soliti cliché, che la vogliono tutta mare, trulli e pizzica. In definitiva, ti consiglio di visitare una città “malata” come Taranto.
Spingiti oltre i meravigliosi verde-azzurri salentini e vieni a scoprire Taranto, snobbata dal turismo di massa e, per questo motivo, tutta da scoprire.
Non tutte le città d’Italia danno la possibilità di analizzare le nostre radici a partire da migliaia di preziosissimi reperti. Non si tratta di mero amore per l’archeologia ma di coraggio.
Coraggio con cui, urna dopo urna, puoi venire a contatto con l’idea che della morte avevano i nostri progenitori.
E non venirmi a dire che la morte è un argomento triste. Sì, lo è. Lontani come siamo dai riti che sancivano i diversi passaggi della vitta di un Ateniese o di un Romano, confrontarci con il passato diventa quasi obbligatorio, soprattutto per ripensare alle nostre priorità.

La morte di Taranto, oggi, non è abbellita dai volti aggraziati delle donne dalla capigliatura a melone (si chiama proprio così!) che trovi dietro alle teche del MArTA. Non è abbellita nemmeno da metafore romantiche come il ratto, a opera di Ade, dei comuni mortali.
La morte di oggi, purtroppo, ha la squallida forma di una ciminiera e di etereo ha soltanto il fumo che, di notte, avvelena gli abitanti di quartieri come Tamburi, nato molto prima dell’arrivo dell’acciaieria.
Mi incammino con gli occhi pieni di bellezza e di tristezza fino al Ponte Girevole, dove osservo i pescherecci e le navi da guerra, i motoscafi e gli allevamenti di cozze.
In fondo, apparentemente placide, le orrende torri grigie che rilasciano ogni giorno polveri sottili.
Incontro un signore e gli chiedo conferma: è quella l’Ilva? “Sì. Qui a a Taranto stiamo ‘nguaiati” – mi risponde.

L’Italia mi fa male, dicevo. Il sud, in particolar modo.
Penso allo spreco che facciamo di tanta bellezza. Penso allo sfruttamento, da parte di quel nord che per anni si è compiaciuto nel criticare il “pelandrone” sud, delle risorse naturali. Risorse che hanno finito per diventare meri mezzi per gonfiare i portafogli dei potenti.
Dalla politica mi guardo bene. So, però, che Renzi ha emanato il cosiddetto “decreto salva Ilva”, che permette a chiunque voglia di acquistare la fabbrica e farne ciò che vuole.
Mi auguro, per chi rimarrà in questa città ferita, che questo non accada mai.









4 risposte
Fantastico questo articolo.
Arriva dritto al cuore dei viaggiatori, è questo il tipo di articoli che vorremmo leggere più spesso!
<3
Grazie. che meraviglia! Quando si scrive “senza scopo” è sempre meglio… Buona serata a entrambi 😉
Sarebbe ancora più bello se i Tarantini se la prendessero loro l’ilva per gestirla in maniera cooperativa magari riconvertendone l’uso. Sarebbe ancora più bello se venissero sostenuti in questo passaggio che deve essere prima di tutto culturale. Forse è vero che la diossina a molti ha dato in testa. Ancora si coltivano le cozze lì dove dovrebbe essere proibito e in molti si disperano al pensiero che l’acciaieria venga dismessa. Bisognerebbe pretendere un piano di riconversione e capire che si può vivere benissimo di mare, di sole e di cultura. Il Salento ci riesce perchè Taranto no?
Esatto… Purtroppo, come mi diceva anche la guida, va cambiata un’intera mentalità e la cosa non è semplice, se consideri che in spiagge meravigliose (caraibiche!) vengono ancora buttati i rifiuti.