La manutenzione del silenzio: l’arte di spegnere i rumori del mondo

Un binario vuoto per la psicologia del viaggio in solitaria

Sempre detto: il silenzio è sottovalutato. Tanti lo anelano, pochi lo perseguono.

Io, in particolare, sono soggiogata dal suo potere. Sarà per questo che amo il deserto? Comunque solo lì sono riuscita a sentirmi me stessa.

Niente a che fare con il silenzio di altri habitat: il silenzio del deserto è un’altra cosa.

Quando varcai la porta del Sahara mi sentii avvolta, quasi costretta a sentirmi. Un’esperienza mai più riprovata, se non in parte nella Cappella del Silenzio, a Helsinki. In entrambi ho sperimentato il ritorno a casa, forse – addirittura – nell’utero materno. Dio solo sa quanto ne abbia ancora bisogno!

Ma il deserto a volte ha la forma sinusoidale di una serie di dune di sabbia e altre di qualunque cosa ci faccia sentire a casa e, contemporaneamente, estranei a se stessi. Difficile spiegarlo a parole: non sono Antoine de Saint-Exupéry.

Ho smesso di scrivere di viaggi. Per mesi. Per anni, forse. Che sia stato questo il mio deserto? A un certo punto, però, per “desertificarsi” significa soprattutto allargare le pareti di casa e farle coincidere con quelle del mondo.

Psicologia del viaggio e digital detox: oltre lo schermo

In effetti menti iperattive hanno l’assoluto bisogno di deserto, di silenzio – chiamatelo un po’ come volete. Mi siedo in metro e vedo – mi vedo – zombie: tutti chini sul telefonino, affamati di notifiche, che siano amorose o di lavoro poco conta, tanto le espressioni sono sempre le stesse.

Siamo un po’ tutti accattoni, non è vero? Ma non venitemi a parlare di digital detox. Non riesco a farmi piacere l’idea di lasciare il mio telefonino fuori dalla porta per poi rientrare dalla finestra insieme a tutti gli altri tossici. Non bastano 48 ore a depurare una testa, soprattutto se per farlo devo pagare una cifra consistente.

Che poi tutti gli stimoli dopaminici di cui necessitiamo si trovano a un palmo di naso: sono solo più difficili – o lenti – da raggiungere.

Comunque, io ho bisogno di produrre più che di fruire. Sarò quello che sono sempre stata: una scrittrice di esperienze e di emozioni alla ricerca di lettori affini, che in un viaggio non cercano solo un numero prestabilito di tappe e nemmeno cose curiose a tutti i costi, ma vita, movimento, introspezione.

Shock culturali e viaggi in solitaria: l’estetica del contatto

Donna al mercato di Bangkok

La prossima settimana alla tridimensionalità dei viaggi. Che siano in solitaria o in compagnia, di coppia o di gruppo poco importa: a me basta mettere il piede su un mezzo di trasporto – o anche sulla nuda terra – per sentirmi letteralmente, semplicemente felice.

E allora se dopamina deve essere, dopamina sia, ma vera: quando viaggio, “tocco”. Non sempre mi piace: quando si viaggia si incontrano insetti strani, sudore altrui e fastidi intestinali. E va bene così.

Mentre chiudo il post, arriva Raphael Gualazzi con il suo “A cosa mi serve la libertà, se ti offendi per una nostra foto non postata su Instagram?”. Neanche a farlo apposta. Ad ogni modo, nei prossimi viaggi nessun telefonino sarà maltrattato o abbandonato al proprio destino.

Roberta Isceri

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