Arrabbiata. Intossicata dai pensieri. Peccato, perché oggi sono nel mio Salento, nella bella Tricase Porto (LE), dove stai per prendere una barca e trascorrere le prossime tre-quattro ore tra cielo e mare.
Cerco di scacciare lo scacciabile.
Il mio Salento: tra storia e natura
La guida parla senza pathos di storia e natura. La sua voce monotona, però mi culla.
Passo di fronte a molte delle torri di cui il Salento è costellato. Torri cavallare, ecco come si chiamano: qui si appostavano uomini a cavallo per l’avvistamento delle avanzate saracene dal mare. Esatto, Mamma li Turchi!
A bordo con me c’è un barboncino toy. Quanti vezzi ha l’essere umano…
Lo guardo intenerita per tutto il tempo, mentre i suoi occhi sono costantemente puntati sul padrone. Affetto o dedizione al capo branco?
Ripenso alle parole di uno scrittore, che a questo proposito spende molte – e dure – parole sulla relazione tra uomini e animali domestici.
Malinconia, solitudine: la rabbia cede il posto a loro. Quale di queste emozioni sia la peggiore ancora non lo so.
Eppure non riesco a non godere del verde acqua, del sole, della brezza marina…
A distrarmi da tutto è però la grotta carsica Bocca del Pozzo: mi tuffo dalla barca, munita di apposite scarpette, e mi avventuro tra gli scogli scivolosi.
La paura di farmi male male viene ricompensata dal bagno in questo surreale e gelido specchio d’acqua che mi ridà la vita.
Non posso fare a meno di gridare dal freddo, ridere e meravigliarmi dell’azzurro fulgente insieme a tutti gli altri.
Mi sento come la fenice che risorge dalle sue stesse ceneri.
Sulla via del ritorno, mi perdo nell’osservare l’amore tra un padre e suo figlio. Quello concreto e privo di retorica: abbracci, baci e gli occhi brillanti di un ragazzino forte dell’affetto paterno.
Mi godo questa scena che dura fino al ritorno a Tricase e grazie a quei piccoli e semplici gesti torno a credere alla felicità.
Continua…









